1976-1992. Biografia semiseria, anzi serissima.

1976-1992. Biografia semiseria, anzi serissima.

E allora, a proposito di questi eventi importanti che arrivarono come la pioggia salvifica sulla peste di manzoniana memoria, devo dire che essi si concentrarono nell’anno di grazia 1992, che segnarono la più significativa svolta della mia vita professionale e che ciascuno di essi meriterebbe di essere raccontato in tutti i suoi sviluppi ed implicazioni…

Questa è la mia biografia semiseria, scritta nel 1992 da Alessandro Menegazzo dopo due giorni di estenuanti interviste.

Racconta dei miei esordi come fotoamatore prima e come professionista poi. E’ indirizzata soprattutto ai giovani che stanno per intraprendere questa difficile ma anche bellissima professione. Per “sfondare” dovranno superare grandi ostacoli perchè questo settore è molto competitivo e molto ambito e mentre non si trova più nessuno che voglia fare il macellaio o il pasticciere, moltissimi invece scelgono la fotografia. Sappiano comunque che da certe esperienze, insuccessi, figuracce e patimenti, prima di loro siamo passati tutti noi.

Io, fotografo per forza di cose

di Alessandro Menegazzo

Mia madre possedeva una vecchia macchina fotografica, che mi facevo prestare. La marca, era “Perla”, ma non era certo una perla di macchina. Così iniziai a desiderare una fotocamera seria. Spesi tutti i miei risparmi per comprarmi una Canon AE1. Robusta, affidabile, una buona ottica: era veramente una cannonata. Fu come passare dal motorino di papà ad una moto vera: un abisso. “Sparai” il primo rullino come un caricatore di mitra e mi fiondai dal foto-cine-ottica vicino casa, alitando sul collo del negoziante perché me lo sviluppasse prima possibile. Quando vidi i risultati decisi che avrei fatto il fotografo.

Detta così sembra facile, in realtà quella decisione sapeva di miracolo: ero infatti arrivato a ventitré anni con poche idee ma confuse, come si dice. Un corso di laurea in statistica piantato a metà, un po’ di politica, cazzeggiamenti vari. Ma, come ho detto, ora ero finalmente sicuro di quale sarebbe stato il mio lavoro e questo era ciò che realmente importava. In un mese la camera oscura non ebbe più misteri per me e, con un kit Agfa, imparai a svilupparmi le diapositive, che stampavo poi in Ciba. Vivevo ormai per la fotografia e volevo essere ricambiato: pretendevo cioè che fosse la fotografia a darmi di che vivere.

Nel ‘77 mi arrabattavo così da professionista sgangherato e occasionale con qualche lavoretto arrivatomi per lo più per passaparola. Un giorno a metà mattina, il solito amico del cognato dell’amico mi fece sapere con stretto giro di telefonate che al tipografo di un’azienda vinicola della mia zona serviva una foto di un nuovo vino per aggiornare il catalogo, che andava in stampa il giorno dopo, ma il fotografo ufficiale non era disponibile. Serviva con urgenza qualcuno che ci mettesse una pezza, insomma. Mi avevano insegnato che le occasioni vanno prese al volo e allora bleffai spacciandomi più o meno per uno che aveva fotografato tante bottiglie quante Giorgio Morandi ne ha dipinte nelle sue nature morte (tanto il tempo per le verifiche non c’era). E il problema di quella foto fu subito tutto mio.
Non mi persi d’animo e pensai: bottiglia = riflessi, riflessi = polarizzatore. Mi fornii di due filtri polarizzanti e di una pellicola EPY tungsteno. La bottiglia che avevo fotografato sembrava la foto di un cartoncino verde sagomato con un’etichetta incollata sopra: piatta e senza riflessi come un foglio di carta nero opaco. D’altra parte non c’era tempo per altri esperimenti e così mi presentai dal mio interlocutore in azienda ostentando sicurezza e col cuore in pace come un kamikaze conscio della sua missione suicida.

Un omino dall’aria mite mi sorrise ma senza nascondere l’ansia per l’urgenza di quella foto “Be’… direi che ci siamo” fu il suo commento “certo la mano del fotografo è diversa e si vede, ma questo lo sapevamo in partenza… d’altra parte non c’è dubbio che questa è la bottiglia… e quanto vorrebbe per questo scatto?” Ero perfettamente consapevole (con tutti i sensi di colpa) sia di aver fotografato una bottiglia piatta come una sogliola, sia dell’importanza del cliente, e temevo anche che qualche megadirigente avrebbe fatto uno shampoo al mio mite interlocutore per aver approvato il mio sgorbio, così chiesi diecimila lire, una cifra un tantino modesta anche nel ‘77. “Sì, mi sembra ragionevole, più che ragionevole” assentì l’omino. Allora lo “schienai al muro” per dieci minuti buoni spiegandogli con varie formule e ripetendomi fino alla nausea che quello era un prezzo promozionale (temevo lo sputtanamento della “svendita”), che i miei onorari si erano attestati a ben altri livelli, che avevo praticato loro condizioni eccezionali contando di iniziare una collaborazione, ma che si togliessero dalla testa fin d’ora di spendere sempre così poco, eccetera, eccetera.

 

Hatching hen

Per il cliente Ovomattino dovevo fotografare in studio, su fondo bianco, una chioccia in cova sopra un mucchietto di paglia. Fu un’impresa ardua come tutte quelle che si intraprendono senza il necessario know-how. Dopo una serie di dolorosissime beccate e una fuga sotto il fondo continuo, dovemmo ricorrere alla contadina proprietaria dell’animale. La padrona, che conosceva i suoi polli, stanò dapprima la gallina e provvedette poi a legarla per le zampe. L’espressione del pennuto è come potete vedere piuttosto eloquente.Camera: Plaubel; Obbiettivo: Schneider Symmar 240; Luce: Flash Broncolor; Pellicola: Kodak EPP 4×5.

Canon, Blow Up e Nikon

Altra nota di rilievo di quell’anno: cedetti al mito della Nikon sedotto dal cult-movie “Blow-up” in un cinema d’essai. Non senza versare una lacrima, vendetti la mia inseparabile AE1 e acquistai una Nikkormat più due obbiettivi (un 24” e un 105”).

Come un goal incassato dopo una serie di rocamboleschi rinvii, nel ‘78, arrivò la chiamata alle armi. Incredibile ma vero, mi fecero fare il fotografo. Ero infatti di stanza all’accademia di Modena e, tra giuramento dei cadetti e ricevimenti vari, servivano più metri di pellicola che proiettili. Un giorno arrivò il grande evento: i cadetti avrebbero fatto la Guardia all’Altare della Patria e sarebbero stati ricevuti al Quirinale dal presidente Pertini. “Mi raccomando, Bigano, ci affidiamo a te: non ci far fare brutte figure, altrimenti ti giochi la licenza premio e passi il resto della naja a far fototessere”, aveva tuonato il Maresciallo. La minaccia del Maresciallo mi portò sfiga. A penalizzarmi fu innanzitutto la circostanza che per quella sfida non mi concessero la scelta dell’arma: invece della mia fedele Nikkormat, che conoscevo come le mie tasche, mi obbligarono a servirmi di una vecchia reflex binoculare Rollei che faceva parte delle dotazioni d’ordinanza.

Nell’ufficio di Pertini fui ricevuto come un ambasciatore, preannunciato da un solenne proclama di un incaricato all’ordine (“Prima il fotografo!”) che mi invitava ad occupare la postazione che avessi ritenuto più idonea al mio delicato compito. Un’accoglienza trionfale per un flop clamoroso:dimenticandomi che la Rollei carica solo dodici fotogrammi ed impegnato in un affannoso cambio di pellicola mentre gli occhi di tutti i presenti erano puntati sulla solenne stretta di mano di Pertini al Capitano, mi lasciai scappare l’evento clou. Quell’errore imperdonabile mi lasciò così frastornato che quando ci fecero abbandonare la sala dimenticai il rullo sul tavolo di Pertini. Non mi restava che stordire i corazzieri di guardia, bussare al portale in noce del Presidente e farmi restituire il rullo da Pertini prima che finisse in mano agli artificieri. Fortuna volle che nella confusione generale il fotografo del Quirinale si accorgesse dello stato di prostrazione in cui versavo. Intenerito dalle mie concitate spiegazioni aprì il portello della sua magica Nikon e mi mise in mano il rullino con la foto del Capitano e l’intero servizio che mi avrebbe salvato. Ovunque egli si trovi lo ringrazio ancora di cuore, e da allora non ho mai smesso di credere nella solidarietà tra colleghi.

 

Mannequin Los Angeles 1984

I have always found shop windows and mannequins to be some of my favorite subjects. The picture below, taken in Beverly Hills, CA, was supposed to be published in my book on the United States “A Big Country” by Prentice Hall of the Simon & Schuster group. For different reasons, however, the book was never published.
Camera: Linhof Technika; Lens: Rodenstock Sironar 150; Film: Kodak EPY 4×5. While in the US, I developed my film at the A&I lab in Los Angeles, CA; I believe it to be the best in the world. Using the Ektachrome 64 and 50T, in a 4×5 format, I obtained results that, to this day, match up to a professional digital camera.

Venezia ’79 La Fotografia, Lee Friedlander e i primi lavori

Nel 1979 ci fu a Venezia un’iniziativa che non si e più ripetuta: 42 workshop di fotografia tenuti dai più celebri fotografi del mondo organizzata dal mitico ICP (International Center of Photography) di New York. Nomi come Lee Friedlander, Harold Edgerton (quello che ha inventato il flash elettronico e l’autore della famosa goccia di latte che esplode in mille microgocce), Chris Broadbent e Aldo Ballo, Arnold Newman e tanti altri. Lee Friedlander era all’epoca il mio idolo: provavo una autentica venerazione per la sua fotografia. Il fatto di poter partecipare ad un suo seminario (e la fortuna di cavarmela con l’inglese) avrebbe dovuto farmi toccare il cielo con un dito, avrei dovuto starmene buono buono in un cantuccio, a occhi sgranati, orecchie spalancate e per quanto possibile con la bocca chiusa. E invece – ho già detto che all’epoca avevo le idee un po’ confuse – il fatto di vedere che il mostro sacro era fatto di ciccia come me e che poggiava i piedi a terra allo stesso mio livello, scatenò in me una furia iconoclastica e dissacratoria. Contestai ogni cosa al Maestro, cercando non il pelo ma un’intera pelliccia nell’uovo. Stremato e da vero gentleman, il grande Lee mi ammonì che sarei potuto diventare un grande fotografo, se avessi dedicato alle mie fotografie il tempo che spendevo nel criticare il lavoro altrui. E questa senza dubbio fu per me la più grande lezione.

Per nulla pentito di tutti questi “peccati di gioventù” ero tuttavia perfettamente consapevole che era venuto il momento di rimboccarsi le maniche e di fare sul serio. Se mia madre mi aveva fornito la prima fotocamera, il primo vero cliente me lo procurò mia sorella che allora lavorava in un magazzino di moda. Il titolare si era fatto realizzare un cliché con il suo marchio aziendale, che esponeva trionfalmente sulla scrivania del suo ufficio a mo’ di fermacarte. Aveva saputo che me la cavavo con la fotografia, così chiese a mia sorella se potevo fotografargli quell’arnese di metallo. Presi il cliché e lo portai fuori al sole, gli diedi una spolverata di brillantini argentati che avevo comprato in cartoleria e scattai in asse verticale con un filtro cross-screen. Quando gli mostrai la foto, al capo brillavano gli occhi. Ebbi allora la faccia tosta di chiedergli centoventimila lire del 1979 e lui me le diede senza batter ciglio. Come primo lavoro niente male, anche perché mi valse subito un secondo incarico. “Visto che sei così bravo” mi disse “ti faccio fotografare la nuova collezione di pellicce”. Le modelle non saranno state delle top, ma ben figuravano ugualmente e il mio obiettivo prendeva confidenza con lo “scent of a woman”. Profumo di donna a parte, il servizio non era proprio il massimo, ad essere franchi, ma al mio committente piacque e me lo pagò trecentotrentamila cucuzze sull’unghia.

Bridal Store Oslo Norway

Dal reportage in Scandinavia. Oslo, Norvegia, vetrine di un negozio di abiti per sposa. Settembre 1979. Camera:Nikon FM, obbiettivo 50 1.4, Pellicola: Ilford HP5.

Con quei soldi, dopo aver convinto un compagno di viaggio a metterne altrettanti in budget, partimmo alla volta della Scandinavia. Avevo infatti letto da qualche parte che, armati di spaghetti, pummarola e parmigiano, si sarebbe stati graditi ospiti di quelle popolazioni nordiche, accolti al calduccio, riveriti, coccolati e contesi. Volevo vedere se era vero. Ci aggirammo per tredici giorni nei paesi nordici e per cinque notti fummo ospiti di emancipate giovani valchirie.

Garganega Grape Bolla Ad

Bolla Vini (James Bond, se non ricordo male in “Dalla Russia con Amore”, ordina un Soave Bolla) è stato il mio primo cliente importante, acquisito in seguito ad uno di quei casi fortuiti che bisogna saper sfruttare. Per Bolla ho lavorato molti anni, realizzando i servizi più disparati. La foto del grappolo qui riprodotta è stata l’immagone portante della comunicazione Bolla per anni. Camera: Plaubel; Obbiettivo: Schneider Symmar 240; Luce: Flash Elinchrom; Pellicola: Kodak EPR 4×5.

Ovviamente l’avventura è documentata da accurato reportage fotografico. E così, intervallando ciclicamente viaggi (per me come l’ossigeno) e lavoro quotidiano, tra clienti, eventi e personaggi di crescente importanza, la mia vita si è svolta da vent’anni a questa parte come una interminabile pellicola. E così continua, appesa a uno stativo, sbirciando dietro un vetro smerigliato, o gingillandosi con una sempre giovane e scattante Leica M3.

Cogliere l’attimo

“Negli anni ‘20 sfrecciava a 200 km/h e i piloti delle altre macchine avevano per pochi attimi la visione del suo splendido posteriore. Ora lei ed io ci guardavamo in faccia nel silenzio incantato mentre la accarezzavo con la luce: la divina Bugatti, la madre di tutte le auto da corsa, la madre di tutte le fuoriserie”.

L’accelerazione che sembrava fermarmi il cuore, il rombo assordante del motore che avvertivo fin dentro le ossa, il muso smisuratamente lungo come quello di un caccia Spitfire e l’odore inebriante di benzina erano emozioni troppo vive per essere solo un sogno. Quando scesi dalla Type 35, pensai che se avevo provato quelle incredibili sensazioni nel posto del passeggero, chissà quali emozioni si dovevano avere alla guida. Capii che le Bugatti non erano solo leggendarie auto d’epoca ma le creature vive e pulsanti che il loro padre Ettore Bugatti – milanese emigrato in Francia con la passione dei cavalli da corsa – aveva voluto come “Les Pursangs des Automobiles”. Compresi che l’incarico che mi era stato affidato era molto di più che un’attestato di stima: era come una sorta di investitura.

 

Bugatti Type 35 Grand Prix

Ho avuto l’esperienza straordinaria di viaggiare a bordo di questa mitica macchina: la Bugatti Type 35 Grand Prix.2000 di cilindrata, 8 cilindri e 24 valvole, compressore, 150 cavalli di potenza, oltre 200 km/h. Correvano gli anni ‘20. E correvano forte. Camera: Linhof Technika; Obbiettivo: Rodenstock Makro Sironar 300; Luce: Spot Arri su Butterfly Avenger; Pellicola: Fuji 64 T 4×5. Foto realizzata a Campogalliano nello stabilimento Bugatti.

 Ma andiamo con ordine. Non so dirvi come sia incominciata, come le cose cambiarono, come ad un certo punto arrivò il vento favorevole. Prima ero uno dei tanti, un bravo fotografo con le proprie caratteristiche, come ce ne sono cento, mille, diecimila. Mi chiedevo come si facesse a diventare qualcosa di più di un bravo fotografo e quale muro occorresse abbattere per fare quel salto di qualità. Poi un giorno, all’improvviso, ebbi la coscienza di aver fatto quel salto di qualità, capii che facevo fotografie come non ne avevo mai fatte, e quasi incredulo mi vidi assegnare compiti che qualche tempo prima avrei ritenuto al di sopra delle mie possibilità, mi vidi conteso da clienti così importanti, prestigiosi e competenti in materia di fotografia, che avrei immaginato scegliessero il miglior fotografo del mondo e non certo proprio me. Un giorno, mentre volavo a Parigi per un servizio fotografico, mi rividi intento a fare “foto sfigate” per “clienti sfigati”, come un “fotografo sfigato”. E i miei ricordi, in ogni fatto, in ogni ragionamento, in ogni emozione erano così nitidi e precisi che mi parevano cose del giorno prima.

Perché, adesso, stavo sprofondato nella comoda poltrona di un executive davanti ad un bicchiere di buon brandy, piacevolmente riverito ed intrattenuto nel lussuoso parlour che navigava tra le nuvole? Perché non mi riportavano sulla terra, le imprecazioni per quella gallina che non voleva saperne di stare ferma in posa, di fare quel piccolo piacere a me e al cliente produttore di uova? Da bruco mangiatore di foglie, mi ritrovavo all’improvviso incantata farfalla, ma cos’era accaduto nel segreto del bozzolo? Che cosa aveva fatto sì, fuori dalla metafora, che da buon-fotografo-qualunque fossi diventato all’improvviso il -fotografo importante-, “Voila Monsieur le Photographe Superstar”, come mi aveva salutato sbracciandosi, quel dirigente della Franco Maria Ricci Francia?

Mi era sfuggito quel passaggio. Ma quel passaggio c’è stato per forza di cose. E’ stato molto più lungo e graduale di quanto io possa pensare, solo che ne ho preso coscienza solo ad un certo punto, mi sono guardato in faccia alla luce di eventi nuovi e importanti, e come quei parenti che da piccoli venivano ogni tot anni a trovarci, mi sono detto: “mamma mia, come sei cresciuto!”

L’anno di grazia 1992 e Beppe Maghenzani

E allora, a proposito di questi eventi importanti che arrivarono come la pioggia salvifica sulla peste di manzoniana memoria, devo dire che essi si concentrarono nell’anno di grazia 1992, che segnarono la più significativa svolta della mia vita professionale e che ciascuno di essi meriterebbe di essere raccontato in tutti i suoi sviluppi ed implicazioni (di fotografia e di vita). Tuttavia, nei limiti imposti da questa breve autobiografia, ho scelto, fra gli altri, di far cenno all’evento Bugatti”.

Tutto cominciò con una telefonata di un amico copywriter che avevo conosciuto sotto naja: Beppe Maghenzani. Beppe era stato coinvolto in un progetto estremamente ambizioso: rilanciare il marchio Bugatti. Il lavoro prevedeva una serie di iniziative tra le quali la realizzazione di volumi che degnamente illustrassero la storia del mito Bugatti.

Si pensò prima di tutto ad un servizio fotografico dal tema “Lo spirito Bugatti oggi in Alsazia”, un’indagine nei luoghi natali del mito, insomma, che ne fosse non solo storica rievocazione ma anche, come diceva il titolo, evocazione “spirituale”. Per questo complesso lavoro, a mezza via tra lo scavo archeologico e la seduta medianica, l’amico Beppe pensò a me come alla persona più adatta. Delle “rovine” del mito era però rimasto talmente poco, a quanto risultava da preventivi sondaggi, che alla vigilia della partenza mi telefonarono per dirmi che non se ne faceva più nulla, che di materiale c’era poco o niente (figuriamoci poi come sarebbe stato mortificato “lo spirito”), che in poche parole non ne valeva proprio la pena.

Bugatti EB110 Presentation Paris

Una foto cui sono molto affezionato. Beppe Maghenzani il giorno della presentazione dell’EB110 in Place de L’Etoile a Parigi.

Beppe si prese talmente a cuore la questione che decise di puntare del suo su di me: “Mandi Bigano da solo: se il servizio non la soddisferà, lo pagherò di tasca mia” disse a Romano Artioli, l’uomo che aveva rifondato la Bugatti. Di fronte a tanta appassionata convinzione, questi non seppe dire di no. Con il mio carico di responsabilità partii e con minore fortuna di Cesare (che arrivava, vedeva e vinceva) vidi poco più di nulla. Dopo un paio di giorni mi telefonò l’amico Maghenzani, che chiedeva rassicurazioni al cavallo stesso su cui aveva puntato. “Beppe” gli dissi “mi sto dando da fare, ma qui la situazione è effettivamente piuttosto critica… comunque vedrai che in un modo o nell’altro tireremo fuori qualcosa”, lo rassicurai.

Battei ogni pista come un segugio. Rovistai nella memoria degli abitanti del luogo alla ricerca dei racconti di padri e nonni, consultai biblioteche e archivi dei giornali, mi aggirai come un’anima in pena per quel che rimaneva della sede e degli stabilimenti e visitai il museo dell’automobile di Mulhouse, aggirandomici come uno studioso di storia dell’arte batterebbe i saloni del Louvre, del Prado o della National Gallery.

 

Chateau St. Jean Mosheim

Molsheim. Chateau St. Jean, Bugatti headquarters. Today is abandoned by still fascinating.

E il primo incontro con la Divina fu una visione abbagliante. La Bugatti Royale era lì, circondata dalle più famose fuoriserie sue contemporanee e pretendenti rivali: l’Hispano-Suiza, la RollsRoyce, la Packard ed altre, tutte come umili ancelle vicino alla Regina Bugatti. Raffrontate a Lei, le altre esprimevano estetiche ed ingegnerie antidiluviane: erano lussuose diligenze con con un cofano per coprire il motore. Lei era una femmina di razza, smisuratamente bella e aggraziata nei suoi sette metri di lunghezza. Era immensa, aveva le ruote più grandi, era più lunga, più alta, ma aveva una leggiadria che le altre potevano solo sognarsi. Le sue linee funzionali e aerodinamiche esprimevano un’unitarietà ed un’armonia stilistica che anticipavano in tutto quello che dagli anni ‘50 in avanti si sarebbe chiamato “industrial design”. Ma quel design, quelle forme sinuose che celavano come un conturbante pareo di seta la prorompente esuberanza di un motore da otto cilindri per la spropositata cilindrata di dodicimilasettecentosessantatre centimetri cubi, sembravano definire una volta per tutte l’archetipo dell’automobile, l’idea innata di vettura.

Ettore e Jean Bugatti

Patented Bugatti wheel in cast aluminium 1932

Roue Bugatti brevetée en aluminium coulé – 27 luglio 1932. Copia eliografica d’epoca di uno dei celebri disegni tecnici di Bugatti e precisamente un dettaglio della ruota in lega poi utilizzata per la Royale. Ettore Bugatti era estremamente esigente e pretendeva dai suoi ingegneri e disegnatori una cura quasi maniacale. Molti “disegni di fabbrica” Bugatti sono dei veri capolavori.

Ettore Bugatti in persona disegnava le proprie creature (insieme all’estrosissimo figlio Jean al quale passò poi la matita). Quest’uomo straordinario aveva frequentato in gioventù l’accademia di Brera obbedendo ad una vena artistica ereditata dal padre Carlo (raffinato ebanista) e la quale del resto apparteneva anche al fratello Rembrandt, il talentuoso scultore tra le cui opere c’era l’elefantino che troneggiava sul cofano delle Royale. Il geniale fondatore della Bugatti dimostrò anche una straordinaria propensione per l’ingegneria meccanica e più in generale una mente di strabiliante ecletticità.
Qualche esempio? Considerate che il motore monoblocco, i cerchi in lega, le tre valvole per cilindro, il compressore, il doppio albero a camme, la trazione integrale sono anteprime di questo uomo illuminato che all’età di vent’anni si era costruito la prima automobile e che progettava personalmente perfino l’arredamento “ergonomico” della sua azienda.

Tanto per avere un’idea di che tipo fosse quest’uomo geniale, eccovi un aneddoto che a me personalmente ha fatto venire la pelle d’oca. Un giorno il direttore contabile si presenta con aria grave da Ettore Bugatti e chiede di parlargli: la grave flessione del mercato impone di licenziare 200 operai. Ettore passa una notte insonne e la mattina seguente raduna tutto il personale nel capannone più grande. L’atmosfera è pesante e regna il più assoluto silenzio quando il “Patron” prende la parola: “Se si vendono meno auto, costruiremo treni”, annuncia a tutti suoi uomini che lo guardano sbalorditi e increduli.

Il treno che esce dagli stabilimenti Bugatti per le ferrovie francesi è praticamente il TGV mezzo secolo prima: la linea richiama quella super aerodinamica della Tank, la figlia del vento vittoriosa a Le Mans, la postazione dei macchinisti è sopraeleva rispetto ai passeggeri come la cabina di pilotaggio di un Boeing 747. Mentre le vaporiere sbuffavano lente come macine sui binari di tutto il mondo, il treno di Bugatti, spinto da quattro elasticissimi e poderosi motori di Royale, disintegrava qualsiasi record portando centoquaranta passeggeri e altrettante lussuose poltrone a 200 km/h nel 1936.
Okay, penso di avervi trasmesso almeno qualcosa, ora, perché possiate umanamente capire la mia tremarella di fronte al mito, quando arrivato a comprenderne la piena portata avevo la soverchiante responsabilità di ritrarre la Divina per l’esteta Franco Maria Ricci. Potrete forse capire perché guardando le polaroid in una cruda notte alsaziana, molto tempo dopo la mia prima visita al museo dell’Automobile, disperavo di riuscire. Temevo che la Divina, sentendosi profanata nel suo tempio come una regina egizia nella piramide, mi scatenasse contro la sua maledizione.

Renata Kettmair e Romano Artioli

Vi chiederete a questo punto cosa c’entra l’editore Franco Maria Ricci con Romano Artioli e il servizio sulla Bugatti in Alsazia. Avete perfettamente ragione: ripartiamo da dove eravamo rimasti e cioè dalla mia prima visita al Museo dell’Automobile di Mulhouse. Ebbene, lasciando quel tempio della Divina con qualche dignitosa foto diurna, sentii che lì sarei tornato, ma sapevo con altrettanta certezza che le Creature me le sarei fotografate come dicevo io, con le luci del mio studio, ed ero d’altra parte consapevole che niente e nessuno mi avrebbe permesso di caricare su uno zainetto Invicta automobili vere che valevano miliardi. Come avrei risolto il rebus, Dio solo lo sapeva. Ma il nostro destino, evidentemente, è già scritto nelle stelle.

Tornai quindi alla base con il risultato della mia missione in Alsazia. L’appuntamento con il cliente era ad Ora in provincia di Bolzano. Fui ricevuto dalla moglie di Romano Artioli, Renata Kettmeir, la quale volle vedere immediatamente il servizio, lasciandomi un po’ così: avrei infatti gradito gestire da me la presentazione di quanto avevo fatto e in particolar modo trattandosi di un lavoro così ermetico. “Complimenti” disse la Signora Artioli dopo le prime foto “Visto che lavora così bene vada pure a Campogalliano, così potrà completare il servizio”.

 

Bugatti CEO Romano Artioli

Romano Artioli, nel suo uffico di Campogalliano. In basso a sinistra, l’elefantino rampante di Rembrandt Bugatti

Alla sede della nuova Bugatti fui ricevuto subito da Romano Artioli, l’uomo che avrebbe impresso una svolta alla mia vita. Se il non aver fatto un solo minuto di anticamera per incontrare un uomo tanto occupato mi aveva stupito, restai letteralmente senza fiato quando Artioli iniziò a parlarmi di lavoro senza chiedermi di vedere una sola foto.“Bene Signor Bigano,” furono le parole con le quali esordì “lei deve documentarmi la storia della Bugatti, delle automobili, dell’azienda, deve testimoniare la nascita del mito attraverso ogni sua tappa. Voglio tutto, i successi ma anche gli insuccessi, i momenti di euforia come i periodi di sofferenza, i trionfi alle gare come gli errori, la progettazione, il sudore dei meccanici, la galleria del vento, tutto insomma fino al giorno della presentazione della nuova EB110 che faremo l’anno prossimo a Parigi, oltre al Gran Galà nella reggia di Versailles”.
“Ma Signor Artioli” gli risposi imbarazzato ed esterrefatto “si rende conto che mi sta chiedendo di farmi carico di un lavoro colossale che presenta difficoltà e responsabilità non indifferenti? Come può essere sicuro che io sia in grado di farlo se non mi conosce neanche e non ha visto una sola mia fotografia?” “Guardi” mi rispose Romano Artioli. Non ho mai trovato un fotografo che andasse bene a mia moglie. Se va bene a mia moglie dev’essere bravissimo”. Ve lo giuro, mi disse proprio così.

La grande Avventura di Bugatti Automobili

Così disse e così cominciai quella grande avventura. Per un intero anno avrei lavorato quasi full-time per la Bugatti. Fu un’esperienza esaltante, una situazione incredibile. L’Azienda era un gioiello e venivo trattato come un principe, mi sentivo come Benvenuto Cellini alla corte medicea. Ovuque andassi e qualunque cosa mi servisse ero assistito in tutto e per tutto da uno stuolo di segretarie di tutte le razze, una più carina dell’altra.

Cleaning Works Bugatti Campogalliano

Cleaning Works at Bugatti Factory, Campogalliano

Dal canto suo Artioli non solo mi voleva a bordo del suo Mitsubishi biturbina, ma da gran venditore qual era magnificava le mie doti ad ogni visitatore dell’azienda (ed erano tutti personaggi di grosso calibro): “Vi presento il miglior fotografo del mondo” diceva “le sue foto hanno un’anima. Anche Franco Maria Ricci ne è entusiasta”.

Già, Franco Maria Ricci. Due parole per introdurre il personaggio. Nei primi anni ‘50 è un giovane che si è potuto permettere il sogno di una Ferrari e con una sorta di culto per i libri. Nel ‘55 muore Ascari a Monza. Profondamente turbato, Ricci vende la sua Ferrari e compra una tipografia. Inizia la sua epopea di raffinato editore. Negli anni ‘80 lancia FMR, la rivista dell’arte del bello. La sigla “FMR “ è tutto un programma: le iniziali di Franco Maria Ricci, infatti, leggendosi in francese si pronunciano come la parola EPHEMER (effimero). FMR è la rivista dell’effimero, ovvero del fior fiore della vita. Il lancio del primo numero negli Stati Uniti avviene come si conviene ad un evento spettacolare: otto Jumbo cargo atterrano all’aeroporto Kennedy con un milione di copie della rivista. FMR diventa la rivista del bello più letta nel mondo.

Ricci, che da molto tempo aveva in animo di celebrare il mito Bugatti, propose ad Artioli di dedicare uno dei suoi prestigiosi libri. al mitico marchio. I due si accordarono e la cosa andò in porto. Com’era prevedibile, Artioli parlò a Ricci del “fotografo più bravo del mondo”. caldeggiandogli la mia candidatura per il lavoro. Quest’ultimo, com’era altrettanto prevedibile, arricciò il naso e si arricciò in tutta la sua persona perdendo la sua calma estetica come la laguna quando la brezza la increspa: “Io ho i miei fotografi di fiducia” sbottò cercando di abbozzare un sorriso. Tuttavia Artioli insistette al punto che Ricci non poté rifiutarmi un incontro: “Vada su e faccia qualche scatto, poi vedremo”, mi liquidò.

 

Bugatti EB110 Prototype at wind gallery at Pininfarina

Controlling the aerodynamic of Bugatti EB110 Prototype at Wind Tunnel at Pininfarina Factory

Franco Maria Ricci e Divina Bugatti

Partii armato fino ai denti: 145 diversi accessori nel bagagliaio di una station wagon. Da mesi avevo studiato in ogni dettaglio come costruire uno studio mobile intorno ad una Bugatti, in location. Prima di violare il luogo del culto, feci una prova: in un capannone che mi ero fatto prestare fotografai una Lancia Tema. O.K., decisi di andare avanti.

Bugatti T35 US Coachwork

Questa è la famosa Polaroid della svolta. Io ero ormai stanco e demoralizzato e stavo abbandonando l’impresa. Prima di questo avevo già realizzato dei buoni scatti, ma assolutamente non me ne ero reso conto. Vedendo questa ho capito che invece avevo raggiunto il mio obbiettivo! Una curiosità: questo scatto è stato realizzato con un filtro Softar Zeiss che ha dato un effetto “sognante all’immagine”. Poi è stata scelta la versione dello scatto senza filtro, ma al momento credo che il Softar abbia fatto la sua parte come “antidepressivo”.

Iniziai la maratona notturna. Nell’atmosfera sospesa, nel silenzio raggelante, guardavo in faccia la Divina. Mi tornavano in mente i racconti di Hemingway: il toro o il leone immobili prima della carica. Quasi temevo che per chi sa quale sortilegio quei muscoli d’acciaio esplodessero all’improvviso la loro potenza e la belva mi investisse come una locomotiva. Ero in preda al parossismo, mi sentivo la febbre. Come un automa, scattavo e scoprivo le polaroid. Le guardavo ma non riuscivo a vederci dentro. La stanchezza e la tensione rendevano ogni cosa drammatica. “Cosa diavolo ci faccio in Alsazia, nel cuore della notte, nel buio di un museo? Perché non me ne sono stato a casa mia?”.

All’improvviso la svolta: scoprii l’ennesima polaroid, ma questa volta ebbi il coraggio di guardarla con l’occhio del fotografo. La riconobbi, era Lei, la Divina in tutto il suo raggiante splendore, e sembrava proprio dirmi “Sono tua. Solo tu hai saputo possedermi”. Iniziai a piroettare come i mulatti del Carnevale di Rio, la stanchezza era sparita in un istante, “E’ fatta, è fatta”, echeggiò la mia voce nel museo.

Divina Bugatti Backstage Mulhouse

L’ormai mitico set di Divina Bugatti al Museė National de l’Automobile, a Mulhouse in Alsazia!

Avevo la situazione in pugno. Ero saltato in groppa al purosangue e lo cavalcavo come un pellerossa.

Arrivai da Franco Maria Ricci emotivamente freddo come il più vissuto dei killer. Sapevo di trovarmi di fronte a quello che probabilmente era il più raffinato editore di cui il mondo avesse esempio, ma sapevo che non potevo fallire: se l’uomo aveva una sensibilità – e non poteva essere altrimenti – il mio lavoro non lo avrebbe potuto lasciare indifferente. Ricci mi ricevette con un sorriso più amorevole che di cortesia, di quelli che si fanno a un bambino che ci mostra il suo disegno. Quando i suoi occhi si posarono sulla prima foto, il suo volto cambiò espressione e parve riempirsi di luce.

“Ma… sono illuminate!”, esclamò quasi sottovoce, come parlando con sé stesso. “Certo, che sono illuminate, vuole che le porti foto spente?”, dissi gioviale e divertito, mentre mi pareva di vedere me stesso e tutta quella scena come dal di fuori, come fossi stato lo spettatore di un film. Vidi Franco Maria Ricci alzare il telefono: “Vieni a vedere una cosa sensazionale!”, poi lo vidi mentre spalancava la porta e riempiva di eccitazione i corridoi: “Chiama gli altri, dì che vengano tutti nel mio ufficio!”. Manifestava una tale eccitazione da sembrare uno scienziato che avesse scoperto qualcosa di importante. Con fare concitato, di fronte ai suoi collaboratori che mi guardavano come fossi stato Nembo Kid, mi propose i servizi più incredibili: sul Barocco spagnolo, sulle armature, sulla città di Parma, sugli ebanisti francesi. In poche parole, mi aveva già assegnato tutti i suoi successivi progetti.

Insomma, avevo impressionato Franco Maria Ricci, il re dell’estetica. Io che fino a pochi anni prima sapevo solo impressionare una pellicola.

1YO Roberto Bigano